Progetto

Noi altri in gruppo

 

Da diversi decenni l’interesse della psicologia si è rivolto allo studio degli accadimenti relativi alla vita di organizzazioni e istituzioni. Queste ultime, oltre ad essere espressione di particolari esigenze umane che il singolo non è nella condizione di soddisfare, diventano vere e proprie entità.

La somma delle caratteristiche e dei contributi dei singoli soggetti che operano all’interno dell’istituzione non è assolutamente sovrapponibile alle caratteristiche dell’istituzione stessa che sembra invece costituirsi nel tempo come una entità a sé stante con cui i singoli interagiscono. Le istituzioni sono entità formali (e con importanti valenze psicologiche) con una propria storia, uno scopo, obiettivi collaterali da raggiungere, strutture organizzative, routine operative e progetti.

Sono certamente i singoli individui che operano al suo interno a creare questa entità, altra da loro, e a contribuire al suo sviluppo ma è altrettanto evidente che tra il singolo e l’istituzione non si possa parlare di un rapporto unidirezionale.

 

Gli individui vengono fortemente influenzati dal funzionamento istituzionale rendendo complesso il rapporto tra il singolo, il gruppo e lo scopo ultimo per cui l’istituzione stessa è stata fondata.

Il punto di vista psicologico sembra essere capace di comprendere tali dinamiche universali- eppure specifiche di ciascuna istituzione- permettendo una diversa lettura di fatti, accadimenti ed esperienze che i singoli fanno di tali elementi, proponendo nuovi gradi di consapevolezza che inevitabilmente condizionano l’esperienza che gli individui fanno nell’istituzione e dell’istituzione stessa.

La prospettiva psicologica, in questi termini, diventa lo strumento d’elezione per leggere, comprendere e intervenire su quelle questioni organizzative che non trovano risposta o soluzione con approcci razionali (e tipici di altre discipline) e che possono concretizzarsi come un allontanamento dallo scopo principale o da un marcato malessere degli individui coinvolti.

Tale condizione di difficoltà, con forti differenze in termini di pervasività e durata, coinvolgono indistintamente tutte le istituzioni confermando l’idea che queste siano sì entità stabili e costanti nel tempo ma anche entità con un proprio percorso di maturazione.

Le Istituzioni, come accennato inizialmente, svolgono funzioni necessarie alla comunità e di cui i singoli non potrebbero farsi carico.

All’interno di tale scenario si delinea una particolare funzione svolta da quelle organizzazioni che operano nel Terzo Settore e che quindi si fondano istituzionalmente su mandati sociali a cui lo Stato non riesce a rispondere e che per definizione (non producendo profitto) non possono interessare il Mercato.

La costituzione di una entità giuridica che risponda a tali particolari necessità investe il gruppo di lavoro, che di tali attività si occupa, di un costante e importante lavorio psicologico che si ripercuote inevitabilmente sulla vita del gruppo stesso, dei singoli che lo compongono e della realtà associativa da loro animata.

Alle dinamiche che già investono inevitabilmente i gruppi di lavoro all’interno di una istituzione quindi, sembrano aggiungersi alcuni elementi peculiari:

• le Associazioni nascono dalla libera espressione di una volontà di impegno che non solo porta avanti il lavoro della organizzazione ma lo costituisce;

• la creazione di professionalità che direttamente o indirettamente rimarranno coinvolte in relazioni d’aiuto.

In riferimento a tale ultimo aspetto è necessario tener presente, per avere un quadro più dettagliato, quanto le capacità relazionali dei singoli operatori siano importanti nello svolgimento delle loro attività lavorative e di come queste ultime si ripercuotano pervasivamente sul vissuto personale.

La sindrome di burn-out, tipica delle cosiddette “professioni d’aiuto” nella cui categoria rientra a pieno titolo la figura del volontario/educatore/operatore, si configura nel momento in cui il singolo non è in grado ad affrontare in modo costruttivo le situazioni di stress insite nell’ambiente lavorativo o riesce a farlo solo a costo di un imponente dispendio di energia e una conseguente deflessione negativa nella qualità della propria esperienza personale e professionale. Si costruiscono così i presupposti per una sorta di “appiattimento” patologico, indubbiamente di tipo difensivo, che si esprime in una tendenza a rendere routinario il proprio operato, diventando rigidi, e distanziandosi emotivamente, attuando un vero e proprio “ritiro” psicologico dalla propria attività lavorativa.

Date queste premesse sembra possibile tracciare l’esistenza di una area ti intervento psicologico in tali contesti operativi.

Una consulenza psicologica infatti può sostenere la crescita del gruppo di lavoro fornendo un punto di vista alternativo e arricchente che possa essere di supporto ai singoli individui nella comprensione delle dinamiche di gruppo di cui sono inevitabilmente parte, delle dinamiche relazionali, oltre che dei quesiti professionali che scaturiscono dall’attività dell’Associazione.

All’interno di tali contesti la costituzione di un gruppo di supervisione può fungere da dispositivo psicologico e contenitore dell’esperienza emotiva dei partecipanti: i singoli possono esprimere ed elaborare la propria esperienza, entrare in contatto con le proprie emozioni e meglio comprendere il rapporto con esse e con i fattori scatenanti di tali esperienze.

Lo psicologo in questi gruppi  diventa facilitatore di tali processi puntando inoltre ad attivare le risorse interne dei singoli individui e del gruppo di lavoro.

In termini più specifici il gruppo di supervisione avrà lo scopo di:

• Offrire ai singoli l’opportunità di riflettere sulla propria attività;

• Fornire uno spazio di ascolto e un contenimento alle ansie e alle frustrazioni generate dal lavoro;

• Risvegliare l’interesse di un operatore per un utente fino ad allora sentito come “difficile”, disturbante o insopportabile;

• Aprire la mente ad altre possibilità, sia nella definizione sia nella gestione delle criticità;

• Fornire supporto al ruolo dell’operatore e migliorare il dialogo con gli utenti, con le altre figure professionali e con le istituzioni con cui si entra in contatto;

• Aumentare negli operatori la soddisfazione lavorativa e negli utenti la qualità del servizio di cui hanno usufruito;

• Promuovere benessere organizzativo supportando il gruppo di lavoro;

• Contribuire alla prevenzione del burn-out.